Ogni fiera aveva una sua storia, fatta di preparativi, incontri, emozioni e imprevisti.
Dietro le opere esposte e l'armonia degli stand si nascondeva un mondo di lavoro, passione e responsabilità.
Questi sono alcuni ricordi dei miei anni trascorsi tra dipinti, collezionisti e fiere d'arte.
Ci sono periodi della nostra vita che, mentre li attraversiamo, ci sembrano interminabili. Giornate fatte di impegni, responsabilità, tensioni e preoccupazioni. Poi, con il trascorrere degli anni, ci accorgiamo che proprio quei momenti sono diventati alcuni dei ricordi più belli.
Per me, gli anni delle fiere d'arte appartengono a questa parte della memoria.
Eravamo una piccola realtà e questo significava occuparmi personalmente di quasi tutto: dalla scelta delle opere agli imballaggi, dall'organizzazione degli alberghi ai trasporti, dalla preparazione delle schede esplicative fino alle richieste di autorizzazione per l'esportazione.
Quest'ultimo aspetto rappresentava spesso una fonte di apprensione. I tempi di attesa presso le Belle Arti potevano arrivare anche a quaranta giorni e il rischio di una notifica, o semplicemente di un ritardo, poteva compromettere una programmazione preparata con mesi di anticipo.
Poi, finalmente, arrivava il momento della partenza. Ricordo con piacere anche i viaggi verso Maastricht: dopo settimane di preparativi, raggiungere la fiera significava vedere concretizzarsi tutto il lavoro svolto.
L'allestimento dello stand era uno dei momenti che amavo maggiormente.
Non disponevo le opere seguendo uno schema rigido. Le collocavo a occhio, cercando quell'equilibrio e quell'armonia che considero fondamentali in qualsiasi esposizione.
Perché è il colpo d'occhio che conta.
Quando si entra in uno spazio espositivo, prima ancora di soffermarsi su un singolo dipinto, si percepisce l'insieme.
Se le opere dialogano tra loro, se le proporzioni, i colori e gli spazi trovano il giusto equilibrio, il visitatore ne rimane colpito, spesso senza neppure sapere perché.
Soltanto dopo arriva il desiderio di avvicinarsi, osservare e scoprire.
Una volta trovata la disposizione delle opere, arrivava un altro momento al quale dedicavo particolare attenzione: l'illuminazione.
Per me la luce era fondamentale. Non bastava illuminare un dipinto, bisognava valorizzarlo, farne risaltare i colori, la profondità e i particolari, senza compromettere l'equilibrio dell'insieme.
Regolavo personalmente i faretti, cercando di ottenere un'illuminazione che mettesse in risalto ogni opera e, nello stesso tempo, contribuisse a creare un'atmosfera calda e accogliente.
Non volevo che il visitatore avesse la sensazione di entrare in uno spazio commerciale freddo e impersonale.
Desideravo che si sentisse a proprio agio, libero di osservare, di avvicinarsi alle opere e magari di fermarsi a conversare.
Perché anche l'atmosfera, a mio modo di vedere, fa parte dell'esperienza dell'arte.
A TEFAF Maastricht, una volta terminato l'allestimento, iniziava un altro momento particolarmente delicato.
Prima dell'apertura al pubblico interveniva il Vetting Committee, composto da direttori di musei, storici dell'arte ed esperti.
Gli espositori dovevano lasciare gli stand a disposizione della commissione, che esaminava le opere per verificarne l'autenticità, l'attribuzione, lo stato di conservazione e la qualità.
I criteri erano molto rigorosi, come si addiceva a una manifestazione che aveva fatto dell'eccellenza uno dei propri punti di forza.
Noi avevamo circa un giorno e mezzo libero, ma definirlo un periodo di riposo sarebbe stato piuttosto ottimistico.
Eravamo in continua apprensione.
Un'opera poteva essere contestata e, in quel caso, bisognava chiedere un colloquio con gli esperti, presentare le proprie argomentazioni e tentare di ottenere una revisione del giudizio.
A me è andata spesso bene, ma questo non diminuiva la tensione.
Quando si è dedicato tanto tempo alla scelta e allo studio di un dipinto, sottoporlo al giudizio di altri studiosi rimane sempre un momento delicato.
Superata anche questa prova, finalmente arrivava il pubblico.
TEFAF Maastricht – Un momento di confronto durante la procedura di appeal del Vetting Committee.
Alle fiere partecipava anche mia moglie di allora, Manuela.
Avevamo due modi piuttosto diversi di intendere il rapporto con i visitatori. Lei riteneva importante andare subito incontro a chi entrava nello stand, stabilire un contatto e iniziare una conversazione.
Io, invece, la pensavo diversamente. Mi è sempre capitato di provare un certo fastidio quando, entrando in un negozio, una commessa mi si avvicina immediatamente chiedendomi che cosa cerco. Spesso desidero soltanto guardare, senza sentirmi obbligato a rispondere.
Per questo avevo sviluppato una tecnica personale che riassumevo in tre parole:
Osserva, intuisci e agisci.
Lasciavo che i visitatori entrassero liberamente nello stand. Alcuni si soffermavano davanti a un dipinto, lo osservavano per qualche istante e poi proseguivano.
Con il tempo avevo imparato a riconoscere certi atteggiamenti. Chi era veramente interessato a un'opera spesso, dopo averla osservata, cominciava a guardarsi intorno, cercando un contatto visivo. Era come se volesse fare una domanda, ma non osasse. Quello era il momento in cui intervenivo.
«Desidera qualche delucidazione?» Una domanda semplice, senza insistenza, che poteva aprire una conversazione interessante.
Naturalmente esisteva anche un'altra categoria di visitatori. Quelli che entravano decisi, individuavano un dipinto e, senza troppi preamboli, chiedevano immediatamente il prezzo. E qualche volta avanzavano proposte economiche a dir poco indecenti!
Non mi irritavo. Sorridevo e facevo una controproposta. Spesso ne arrivava una seconda, ma avevo una regola: non comunicavo mai il mio ultimo prezzo se prima non avevo capito che la persona fosse seriamente interessata.
A quel punto dicevo:
«Se è veramente interessato, ci sediamo a tavolino e ne parliamo». Alcuni accettavano e iniziava una vera trattativa. Altri preferivano andarsene. Erano quelli che consideravo dei cacciatori d'affari. Anche questo, naturalmente, faceva parte del mestiere.
Ogni fiera rappresentava un'esperienza diversa.
C'erano le difficoltà organizzative, le tensioni, gli imprevisti, ma anche le soddisfazioni e soprattutto gli incontri.
Il nostro era un mestiere che richiedeva conoscenza, intuito, pazienza e una buona dose di determinazione.
Non bastava conoscere un dipinto per saperlo proporre. Bisognava anche saperlo presentare, raccontare, valorizzare e, soprattutto, comprendere chi si aveva davanti.
Mi piaceva occuparmi personalmente di ogni dettaglio, dalla scelta delle opere fino all'ultimo faretto da orientare.
E quando finalmente lo stand era pronto e arrivavano i primi visitatori, cominciava una nuova avventura.
Perché una delle cose che ho imparato in tanti anni di attività è che, nel mondo dell'arte, non si può mai sapere quale incontro ci aspetti dietro l'angolo.
E qualche volta accadevano cose davvero imprevedibili.
Silvano Lodi Jr
Arte Fiera Bologna, 2016 – Silvano Lodi Jr.