Prof. Marco Ciampolini in:
Niccolò Betti (Firenze, 1546-1617)
La Maddalena contempla i simboli della Passione
Olio su tavola, cm 64x51,5
Iscrizioni: “NON VI SI PENSA / QUANTO SANGUE / COSTA”, nella coppa del calice
Il dipinto (fig. 1) raffigura la Maddalena, la quale, con gli occhi rivolti allo spettatore e le mani incrociate sul petto, invita a contemplare gli Arma Cristi, ossia i simboli della Passione. Il messaggio è enfatizzato dalla iscrizione sulla coppa del calice con il sangue del Redentore: “Non vi si pensa quanto sangue costa”. Si tratta dell’inizio di una terzina del Canto XXIX del Paradiso (versi 91-93) di Dante Alighieri, che prosegue: “seminarla nel mondo e quanto piace chi umilmente con essa s’accosta”. La terzina è pronunciata da Beatrice la quale rimprovera chi predica storie vacue invece di diffondere la verità evangelica, dimenticando il sacrificio di Cristo, esemplato dal “sangue” suo simbolo supremo. Siamo di fronte quindi al richiamo della consapevolezza del sacrificio religioso, troppo spesso dimenticato per le vanità mondane.
Per il suo valore di monito, il verso dantesco assunse una particolare fortuna nel Cinquecento, un secolo scosso dalle crisi religiose che turbarono gli stessi artisti, primo fra tutti Michelangelo che usò la stessa parte della terzina nella Pietà disegnata per Vittoria Colonna (oggi a Boston, nell’Isabella Stewart Gardner Museum, inv. 1.2.0.16), imprimendola nell’asse verticale della croce (Carmen C. Bambach, Michelangelo divine draftsman & designer, catalogo mostra, New York, The Metropolitan Museum of Art, 13 novembre 2017-12 febbraio 2018, New Haven-Londra, Yale University Press, 2017, pp. 194-195, fig. 170 col.). Dunque il sacrificio, che proprio il corpo esangue in pietà di Cristo e il sangue versato per la salvezza dell’umanità simboleggiano nel modo più efficace.
Pietà e coppa di sangue li troviamo uniti in una tela eseguita da Alessandro Allori per la Badia di
San Michele e Biagio a Passignano, nella val di Pesa, presso Tavarnelle, su ordine dell’Abate don Aurelio da Forlì. Il dipinto, firmato e datato 1580, appartiene oggi alle Gallerie Fiorentine (inv.
1890 n. 5854) e si trova depositato nel Museo Nazionale di Arezzo (A.M. Maetzke, Pittura, in Il
Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna in Arezzo, Firenze, Arti Grafiche Giorgi & Gambi per
Cassa di Risparmio di Firenze, 1987, p. 92 n. 46 figg. insieme e part.; Simona Lecchini Giovannoni, Alessandro Allori, Torino, Umberi Allemandi & C. per Cassa di Risparmio di Firenze, 1991, pp.
252-253 n. 77, figg. 173-175). Poiché in questa tela appare, sulla destra, la medesima figura della Maddalena a mezzo busto e di tre quarti di fronte al calice (fig. 2), e persino la stessa iscrizione dantesca sul parapetto su cui si appoggia la Maddalena, è evidente che il dipinto di Allori è il precedente per l’opera in esame, che quindi necessariamente sarà stata eseguita dopo il 1580.
Verosimilmente il committente avrà richiesto la Maddalena in oggetto subito dopo aver visto a Passignano la pala dell’Allori: di certo per l’esecuzione non si rivolse a quest’ultimo pittore. Infatti per quanto vi si imiti la figura dell’Allori persino nelle pieghe del velo della Maddalena, la tavola mostra una predilezione per il capriccio manierista delle linee mosse e spezzate e una tendenza alla geometrizzazione delle forme che l’Allori non ha, rivolto com’è a una resa più naturalistica e pittorica delle forme. La semplificazione, che mira a una purezza classica, ricorda le composizioni di Michele Tosini, mentre i toni aciduli della veste e il delicato volto, quasi da Madonna gotica, sono debitori della tradizione senese, in particolare di Beccafumi. Non è allora difficile riconoscere nella Maddalena in oggetto la mano del fiorentino Niccolò Betti, allievo del Tosini, che trascorse un periodo della sua attività (1578-1581) nella Valdichiana di Siena (Marta Privitera, Betti, Niccolò, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, a cura di G.Briganti, II, Milano, Electa, 1988, p. 647; Alberto Ambrosini, Betti, Niccolò, in Saur Allgemeines Künstlerlexikon. Die Bildinden Künsler aller Zeiten und Völker, München-Leipzig, Saurr, X, 1995, pp. 252-253; Laura Martini, Memorie d’arte antica. Restauri a Montepulciano, catalogo della mostra, Montepulciano, Chiesa di San Francesco, 9 maggio-6 luglio 2003, Montepulciano, Le Balze, 2003, pp. 32-38).
I confronti si possono estendere a un Ritratto di Maria Salviati, in ubicazione sconosciuta (fig. 3), e con la Santa Chiara (fig. 4) del Museo Civico Pinacoteca Crociani di Montepulciano (ill. da Laura Martini, La Pinacoteca, in Museo Civico Pinacoteca Crociani, a cura di L. Martini, Siena, Protagon Editori Toscani, 2000, p. 116, fig. col. 83). Due figure, anch’esse di tre quarti a mezzobusto, sottilmente idealizzate, coperte da un velo grinzoso come latta attorcigliata e il volto trattato quasi come un solido geometrico.
Come espresso sopra l’opera sarà stata eseguita in prossimità della Pietà del 1580, visto anche i richiami con le opere del periodo senese del Betti, conclusosi nel 1581: oltre la ricordata Santa Chiara, la Crocifissione di Castiglioncello del Trinoro, oggi in San Martino a Sarteano, e la Madonna del Rosario del Museo della Collegiata di Chianciano.
Siena, 15 marzo 2026
Curiosità:
La fronte così ampia non è un errore né un caso: è una scelta consapevole che unisce canoni di bellezza dell’epoca e significato simbolico, per elevare la figura della Madonna a un ideale di purezza e spiritualità.
Ideale di bellezza rinascimentale
Nel Rinascimento era considerato bello un volto: con fronte ampia e liscia lineamenti regolari e armonici.
Una fronte alta suggeriva nobiltà, purezza e raffinatezza. In effetti, in alcune epoche le donne arrivavano persino a depilare l’attaccatura dei capelli per accentuare questo effetto.
Nel caso della Madonna, la fronte ampia assume anche un significato spirituale:
richiama sapienza e contemplazione sottolinea la sua natura pura e distaccata dal mondo materiale contribuisce a darle un aspetto quasi ideale, non completamente umano.
I pittori del tempo non cercavano sempre il realismo e non “copiavano” dal vero.
Spesso: allungavano proporzioni (fronte, collo, dita) per rendere la figura più elegante e spirituale.
Questo si vede anche in correnti leggermente successive come il Manierismo, dove le proporzioni diventano ancora più raffinate e “innaturali”. vedi Pontorno . S.L